martedì, aprile 26, 2005

[Racconto] In this world


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Lordy don't leave me
All by myself
Whoa, in this world...

(Moby, In this world)




Infine vennero, gli alieni.
Riuscirono a captare le nostre onde radio quasi per caso coi loro
apparecchi, e in men che non si dica conoscevano mille cose della nostra
razza, della nostra civiltà, della nostra tecnologia. Ci videro per la
prima volta attraverso lo schermo dei loro potenti visori: l'aspetto era
parso loro buffo, in primo luogo, ed in secondo luogo curiosamente
funzionale. Sì, si erano detti in consiglio, si tratta di una razza
mediamente evoluta che potrebbe trarre vantaggio da uno scambio di
civiltà, ma al momento stesso senza sfiguare, senza doversi poi trovare
nell'imbarazzo di non aver nulla per controbilanciare il dono delle nostre
conoscenze. Potrebbero aver sviluppato campi a noi ignoti, e voler
rendercene partecipi; insomma, non siamo soli in questo universo, e i
nostri vicini sono evoluti quasi quanto noi, non sembrano conoscere forme
di vita al di fuori del loro pianeta, paiono pacifici.

Sei giri dovette compiere il loro pianeta attorno al suo astro prima che
crittografi e linguisti riuscissero a distinguere le varie lingue parlate
sulla Terra, concentrarsi su di una soltanto, la più usata, e decifrarla.
Furono redatti immensi tomi sui diversi accenti, sulla mimica facciale,
sui doppi sensi, insomma su tutti quanti gli aspetti della lingua ed ogni
sua possibile sfumatura di significato che sarebbe potuta rivelarsi utile.
La lingua terrestre, dai suoni così strani ed inquietanti, venne insegnata
con una cura maniacale ad ogni singolo abitante; ad ognuno veniva mostrato
come aggrottare correttamente la fronte per esprimere dubbio e incertezza,
come allargare le braccia per dire 'non lo so', come intonare un'accusa,
una domanda, un discorso intero.

E, quando tutto fu pronto, tra l'intera popolazione di quel piccolo
pianeta sperduto, quasi due miliardi di individui, vennero scelti i
migliori quattro parlatori di terrestre.


L'astronave era calda e confortevole, e tale sarebbe dovuta essere per
tutta la durata del viaggio. Solo la direzione era certa; e quella
avrebbero seguito i quattro per mesi e mesi chiusi nella navetta, ad
aspettare che i motori ipertachionici facessero il loro lavoro.


Passarono i giorni, le settimane; e l'equipaggio diventava sempre più
affiatato. Si domandavano come sarebbe stato l'incontro con i terrestri,
si auguravano che tutto andasse bene. Si erano preparati per ogni
evenienza, in ogni caso: se avessero tentato di aggredirli, i terrestri si
sarebbero trovati davanti un muro magnetico che, da quanto si era appreso,
i terrestri non avevano ancora imparato ad annullare. Ogni loro tentativo
sarebbe stato vano, e i quattro sarebbero potuti fuggire in tutta
tranquillità con la navetta, accelerando in pochi attimi a una velocità
che la razza umana avrebbe raggiunto forse soltanto dopo millenni; e se
anche il muro non fosse bastato, ci avrebbero pensato le pistole
elettriche. Un colpo solo e l'aggressore, per quanto grosso potesse
essere, sarebbe caduto stecchito al suolo in un istante.

Ma muri magnetici e pistole elettroniche non erano l'unico carico della
nave: quelli li si doveva portare, perché la paura di un'aggressione era
troppo grande per lasciare quattro ambasciatori in balia di una razza
intelligente e sconosciuta. Lo stesso equipaggio aveva insistito senza
risultato per armi più offensive, ma il divieto era stato motivato dal
fatto che, sebbene cruciale, il primo incontro forse non sarebbe stato
l'unico nemmeno se i terrestri avessero attentato alla vita
dell'equipaggio; il popolo voleva il contatto, il dialogo, lo scambio di
sapere. E così, dietro a scudi impenetrabili e pistole letali, i quattro
pioneri tenevano quello che i loro complanetari avevano chiamato 'la
placca'.


La placca era l'intera sapienza del loro popolo, il frutto di sei milioni
d'anni di evoluzione inciso su una targa circolare di materiale pregiato,
rarissimo sul pianeta. Gli anni intercorsi tra la scoperta del pianeta
Terra e la partenza della prima spedizione erano serviti al progetto di
raccolta delle informazioni, progetto che era stato portato avanti di
continuo e in diverse parti del pianeta contemporaneamente. Sulla placca -
un disco che anche il più minuto dell'equipaggio riusciva a tenere
saldamente in mano - era stata incisa una quantità enorme di informazioni
sul loro pianeta d'origine, sulla loro storia, religione, scienza, arte.
C'erano immagini che gli umani avrebbero preso per fotografie, e che erano
in realtà la brutta copia della fotografia terrestre: questo sarebbe
servito a far capire l'ammirazione che era stata suscitata nei confronti
della razza umana.

Ma la placca non era solo un album fotografico. Sulla placca c'era la
musica, e che musica.

L'orchestra planetaria s'era riunita per la seconda volta nella sua
storia, dopo il Concerto di Unificazione del Pianeta, quattordici millenni
prima. I legni e i metalli del pianeta furono estratti e selezionati per
riforgiare gli strumenti che in tempi lontani avevano festeggiato la
riunificazione di tutti i popoli nel nome della concordia e della pace.
Solo una grande occasione come questa aveva mosso i popoli a cantare e
suonare insieme sotto il cielo stellato per sancire la fine di ogni
ostilità; e solo in un'occasione altrettanto importante per il futuro come
la scoperta di un nuovo mondo abitato aveva spinto a ricreare la grande
orchestra. Le sinfonie risuonarono per le valli e furono udite fin nei
piccoli villaggi adiacenti, mentre quella musica, così soave e delicata,
veniva incisa sul disco argentato.

E poi c'erano i testi, in parte tradotti, che parlavano delle origini
della loro specie e del loro sviluppo, delle loro usanze, della loro
scienza. Questa era la parte più preziosa del disco, e la sua
appropriazione indebita andava difesa anche con la forza, se necessario.
Volevano uno scambio, e non un furto di conoscenze. Per questo, e solo per
questo, avrebbero anche lottato.


Ma la placca ora giaceva al sicuro dietro lo scomparto delle pistole
elettriche, protetta da una cappa termoisolante che ne assicurava
l'integrità.

E la navicella continuava il suo viaggio verso il pianeta Terra, mentre i
quattro astronauti scrutavano il cielo stellato di una notte perpetua. Da
quanto tempo erano partiti? Due, tre mesi? Ormai non mancava molto alla
meta, dieci giorni al massimo, e la nostalgia di casa cominciava a farsi
pesante nell'equipaggio. E di certo il paesaggio intorno a loro, pur
suggestivo com'era, non contribuiva a rassicurarli. Cos'erano loro -
quant'erano alti secondo i parametri umani; venti, forse ventidue
centimetri? - in confronto alle stelle e alle galassie tutt'intorno a
loro? Come si sarebbero potuti salvare in caso di un guasto o un'avaria?
Ma la risposta era, inevitabilmente, una sola: bisognava fidarsi e
aspettare che i motori ipertachionici li portassero a destinazione.

E intanto le aspettative e le paure dell'equipaggio crescevano. Come
sarebbero stati gli umani dal vivo, e come si sarebbero comportati alla
vista di quattro piccoli esseri dalla forma pressoché cubica? Sarebbero
stati spaventosi, come ipotizzavano i più, oppure semplicemente buffi?
C'era un solo modo per scoprirlo.


La nave, ormai in vista del sistema solare, cominciò la sua lenta
decelerazione. L'eccitazione dei quattro era palpapile: in pochi minuti
sarebbero atterrati sul suolo terrestre. Iniziarono i preparativi - un
breve ripasso della procedura d'emergenza, le pistole elettriche furono
poste nelle fondine, il muro magnetico preparato all'azione, la placca
argentata fu tolta dalla cappa isolante - e presto sul grande parabrezza
della nave comparve la grande sagoma del... Yagh, era proprio come nelle
fotografie che avevano intercettato in tutti quei lunghi anni di
spionaggio! Con quei colori così forti... d'un tratto non erano più sicuri
di voler atterrare su quel pianeta così... vivo. Era buffo, la Terra era
stata a lungo al centro delle loro attenzioni ed ora alla sua vista si
sentivano davvero il cuore in gola, quasi non se l'aspettassero.

Ma decisero in fretta che non avevano viaggiato cento giorni nello spazio
per nulla. Dovevano compiere la missione, e sarebbero passati alla storia;
i posteri, terrestri e non, avrebbero studiato la loro impresa e li
avrebbero eternati all'infinito, sarebbero stati immortalati nelle
fotografie terrestri...

La navicella perdeva vistosamente velocità, ora. L'impressione dei quattro
era quella di dover precipitare sul pianeta in pochi attimi, contro
quell'oceano troppo blu. Ma subito la nave cambiò rotta, optando per una
traiettoria più dolce. Dalla loro posizione potevano vedere nel suo
insieme quello che nell'addestramento avevano imparato essere l'Italia; e
poi, col passare dei minuti, il campo si restrinse a una piccola regione
dell'Italia centrale, e poi ancora, fin quando gli astronauti non poterono
distinguere una macchia grigia tra le altre farsi grande, sempre di più.

La scelta di Roma come meta del viaggio era stata inizialmente
controversa, per un motivo piuttosto ovvio: la lingua parlata in quella
zona non corrispondeva con quella studiata dai quattro. Ma poi si era
convenuto che Roma era la scelta migliore, sia per il caloroso
temperamento dei suoi abitanti, che avrebbe favorito un approccio
amichevole alla razza umana, che per il suo afflusso turistico, che
avrebbe comunque consentito di trovare parecchi stranieri e quindi di
poter comunicare con loro, nel caso di difficoltà di comunicazione.


I palazzi si fecero paurosamente vicini, tanto che i quattro cubici
astronauti vennero buffamente assaliti dal timore di essere scoperti. La
navicella planava ora tra gli alberi dei viali, senza dare nell'occhio,
verso la sua destinazione.

Piazza di Spagna il venerdì pomeriggio, forse anche più che in altri
giorni, è gremita di turisti che giungono sul posto per visitare la bella
chiesa di Trinità dei Monti e la singolare fontana ai piedi della
scalinata, fatta costruire da Luigi XVI nel 1502; ed è proprio ai piedi
della scalinata, spinti dai rumorosi motori ipertachionici, che
l'astronave si posò a terra, dopo un viaggio di oltre diecimila anni luce.

Era incredibile. Dopo anni passati a cercarli... eccoli qua, gli umani.
Volti tanto diversi tra loro che sarebbe stato difficile descriverli; e
vestiti in modo così vario... e colorato, fin troppo, tanto che per loro
era difficile alzare lo sguardo.

Il gran momento era arrivato. Le porte della navicella si aprirono e tutto
l'equipaggio, pistole elettriche alla mano e muro magnetico pronto a
entrare in azione in qualsiasi momento, toccarono il suolo terrestre
aspettando l'inevitabile.

Ma non accadde l'inevitabile. La gente continuava ad affluire su e giù per
la gradinata della chiesa parlando e scherzando, come se nulla fosse.

Possibile che non si fossero accorti di niente? L'astronave giallo oro era
lunga all'incirca due metri e restituiva riflessi abbaglianti agli occhi
dei quattro extraterrestri. Difficile non notarla.

Uno scherzo? Che si trattasse soltanto di un grande, favoloso scherzo?

Decisero di attraversare la piazza. Qualcuno li avrebbe notati, no? Erano
dei cubi di venti centimetri di lato con gambe e braccia, di colore verde
acceso... e con un tesoro in mano. La placca rifletteva la luce del sole
terrestre sulle persone intorno a loro, che parevano - possibile? - non
accorgersene.

E che cos'era quell'essere che avanzava verso di loro? Forse. sì, doveva
essere un cane. La coda e le orecchie a punta, oltre alle quattro zampe
e all'altezza che era all'incirca il doppio della loro, non lasciava
dubbi.
Un cane terrestre si stava avvicinando! Sicuro, li aveva certamente
notati, e ora si stava dirigendo nella loro direzione. Dall'altro lato del
guinzaglio un esemplare umano di ragazzina, non molto alta e piuttosto
esile, tanto che il cane in questione se la stava trascinando dietro con
la forza.

Il cane, giunto a pochi metri di distanza dai pionieri intergalattici,
prese ad annusare l'aria intorno a sè. I quattro erano in fermento,
finalmente sarebbero riusciti a stabilire un contatto con i terrestri! Ora
la padroncina avrebbe guardato nella loro direzione e...

«Su, Bobby, che ti metti ad annusare? Non c'è nulla qui...»
E con uno strattone più forte degli altri riuscì a riprendere il controllo
del suo cane. Ma che cosa aveva detto la piccola terrestre? Avevano
udito forti e chiare le parole, ma non sapevano dar loro un senso.
Che non fossero stati i primi ad atterrare sul pianeta? Forse qualcuno era
partito in gran segreto dal loro stesso pianeta per stabilire i primi
contatti e socializzare con la razza umana, tanto che la loro visita ormai
non destava più scalpore? Era un'ipotesi piuttosto azzardata, vista la
costante osservazione a cui il pianeta Terra era stata sottoposta dal
momento della sua scoperta. Ma perché nessuno li notava, allora?

Lo scoramento iniziava a farsi sentire nell'equipaggio; ma d'un tratto si
resero conto, tutti insieme, di avere ancora una carta da giocare. Esporre
la placca davanti a un pubblico così vasto non era un'operazione del tutto
sicura, per il rischio che qualche terrestre si accorgesse della fonte e
riuscisse per un malaugurato caso ad appropriarsi di quel tesoro; ma del
resto avevano portato con loro le pistole e il muro difensivo, quindi in
fin dei conti, decisero, si poteva procedere.

La placca venne estratta dalla sua morbida e robusta guaina protettiva, e
un ditò sfiorò la sua superficie tracciando veloci e ripetuti cerchi sulla
parte argentata.
Al quarto giro la musica uscì dal disco. Il canto e i suoni dell'Orchestra
Planeteria di un mondo lontano migliaia di anni luce risuonava ora in
Piazza di Spagna, penetrava l'aria con le sue dolci note e si perdeva in
lontananza nelle vie, sulla gradinata e fin sulla bella chiesa che
dominava la piazza. Era una melodia lenta e affascinante, la stessa
melodia che quattordici millenni prima aveva suonato nel Teatro Planetario
a sancire un'eterna epoca di amore e concordia tra tutti i popoli dopo un
interminabile periodo d'odio e rancori. I quattro astronauti l'avevano
sentita nominare in più occasioni, e sempre era stato loro tramandato che
si trattava di una musica celestiale, leggera e colma di sentimento. Ora
la udivano per la prima volta, e le lacrime presero a scorrere spontanee
sui loro volti...

Ma, nella piazza, nessuno aveva mosso ciglio. Continuavano tutti a
camminare, su e giù per la gradinata e di fronte al... bar, così doveva
chiamarsi, dall'altro lato della scala. Dovettero asciugarsi le lacrime e
riporre la preziosa placca nella custodia. Com'era possibile? Quella
musica fantastica non poteva lasciare indifferenti, non quelle note così a
lungo studiate e composte, non una musica così complessa eppure così
spontanea e toccante come quella. Ma perché nessuno se n'era accorto,
perché nessuno...

Era solo un'allucinazione, oppure c'era davvero un uomo seduto al bar di
fronte che li stava osservando? Restarono pietrificati per più di un
attimo, stranamente stupiti che forse qualcuno li avesse finalmente...
Non c'era bisogno di parlarsi, stavano pensando tutti la stessa cosa.
Senza un comando preciso presero a correre in preda alla gioia in
direzione dell'uomo. E... no, no, non potevano sbagliarsi! Ora stava
canticchiando tra sè le note della musica di poco prima!

Si fermarono ai suoi piedi. Il suo viso era allungato e incolto, ma gli
occhi vispi e la linea snella gli davano un aspetto di eccezionale
vivacità.
Ce l'avevano fatta, finalmente qualcuno si era accorto di loro! E non
soltanto, ora non solo mostrava di vederli, ma li stava addirittura
salutando con la mano!

«Hi...»
Era stato uno di loro a parlare. Aveva preso il coraggio a due mani e...

«Ciao!», si sentirono rispondere. Intanto la mano dell'uomo continuava ad
agitarsi in segno di saluto.
Incredibile, non solo li vedeva, ma mostrava di averli sentiti..! Che
avesse dei poteri straordinari, che fosse diverso dagli altri terrestri?
Ma l'unica cosa che importava, ora, era che il contatto era stato
stabilito.

«We come from a new world...»
Ora l'uomo sorrideva. Girò la testa e disse in tono cortese:
«Aspettate...»
Il suo sguardo tornò in fretta all'ingresso del bar. Dall'interno era
comparsa una ragazza mora, di bell'aspetto. L'uomo si alzò dalla sedia e
si diresse nella sua direzione.

Era chiaro, anche se non avevano compreso le sue parole, che l'uomo li
aveva pregati di aspettare. Forse non capiva l'inglese, e stava chiedendo
alla ragazza di fare da interprete? Sì, era certamente così. Mentre i due
parlavano, il piccolo equipaggio si potè finalmente scambiare qualche
sguardo soddisfatto. Il più era fatto, e in fin dei conti era andata anche
meglio del previsto! Non avevano terrorizzato nessun terrestre ed erano
riusciti a entrare in contatto con un abitante che aveva mostrato non solo
sicurezza, ma anche una calma maggiore di quel che si aspettavano. Una
volta che il terrestre fosse tornato gli avrebbero chiesto di mettersi a
sua volta in contatto con l'Agenzia Spaziale Europea, come era stato
concordato mesi prima con i responsabili della spedizione durante il loro
lungo addestramento. Ora dovevano soltanto aspettare e...


Ma il terrestre non stava impiegando troppo tempo per chiedere alla
ragazza di fare da interprete? Dovevano essere trascorsi diversi minuti
ormai dal momento in cui si era alzato dal suo posto. Lo potevano vedere
sulla soglia del bar. Di tanto in tanto gettava un occhio nella loro
direzione, sempre sorridendo, e questo li tranquillizzava. Quel terrestre,
strano a dirsi, era il loro unico appiglio...

Ma che cosa... che cosa stava facendo, ora?
Inutile dubitarne, li stava ancora salutando. Ma per congedarli, questa
volta. Ora stringeva la mano della ragazza accanto a lui e stava per
entrare nel bar...

Corsero ancora, tutti insieme. Dovevano entrare nel bar, non dovevano
assolutamente perderlo di vista, o...
Troppo tardi. La porta si chiuse pesantemente davanti a loro.

Ma perché... perché aveva voltato loro la schiena?
Con tutta la forza che quattro cubi di lato venti centimetri potevano
avere, riuscirono a fatica ad aprire la porta ed entrare nel bar. I due
erano al primo tavolo... il terrestre non aveva per niente l'aria di
volerli vedere ancora.

Gettarono la placca in strada e poi senza una parola, la morte nel cuore,
risalirono quatti quatti sull'astronave, accesero i motori ipertachionici
e se ne tornarono da dove erano venuti.

2 Comments:

Anonymous Anonimo said...

visto che non l'hai scritto da nessuna parte,tengo a precisare in questo commento che il racconto in questione E' MIOOOOOOOOOOOO^___-!!!

baci,
una protagonista in cerca di autore

2:05 PM  
Blogger Lastwhitelf said...

Son capitato qui per caso e ho letto il racconto. Interessante, anche se per un attimo credevo gli alieni atterrassero in Cina!

LW

2:15 PM  

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